martedì 31 maggio 2011

Caro diario...



Scrivere è spogliarsi di fronte a qualcuno, lasciarsi guardare così, nudi e in piedi, pieni di difetti di carne”: ho sbirciato questa frase l'altra sera, fra le righe di una pagina di un libro che in questo momento è sul comodino di mio marito, l'avevo preso io tempo fa, e poi dimenticato, e così adesso lo sta leggendo lui.
L'avevo preso perché è scritto sotto forma di diario, a due voci, fra una madre e una figlia. Non anticipo il titolo ma prometto che ve lo racconterò non appena passerà sul mio comodino e darà vita a riflessioni ad alta voce.
Adesso però mi interessa scrivere qualcosa sull'importanza che può rivestire questa forma di scrittura intima e confidenziale, dove diventa facile mettere a nudo aspetti celati, verità nascoste o emozioni scomode...
Ogni bambina comincia a scandagliare le profondità del suo cuore attraverso questo prezioso amico, alleato, compagno di mille avventure, con la certezza che quel piccolo lucchetto dorato, chiuso da quella, che a un'osservazione adulta pare un'improbabile chiave di sicurezza, sigillerà i segreti che vi sono custoditi con zelo e rispetto.
La voglia di avere un diario affonda le radici a volte nella casualità di un dono (il mio era fra i regali della prima comunione) altre dall'emulazione di un'eroina, di un'amica o di una figura significativa, altre volte nasce proprio da un intimo desiderio di mettere su carta piccoli frammenti di vita quotidiana, per ricordarli sempre...
E poi? Per quanto continua? Dipende... lo spazio di una settimana o il dilatarsi per tutta la vita, diventando una sana abitudine di conoscenza di sé.
Oggi forse per le bambine è ancora più difficile anche l'inizio di questa esperienza, sommerse come sono da stimoli multimediali: apprendono a scrivere sulla carta ma quasi subito prendono confidenza con la tastiera e il suo magico mondo virtuale... ma li vendono ancora i diari segreti con i loro lucchettini dorati nel 2011??
E poi, ci vuole coraggio a tenere un diario. C'è il rischio che venga scoperto, letto furtivamente da occhi che giudicano, e così i teneri boccioli dei nostri sentimenti, in timida attesa nel buio delle pagine, possono essere bruciati da quella luce accecante che li obbliga a uscire prematuramente, quando ancora non sanno chi sono.
È vero, scrivere è come spogliarsi... ma chi scrive un diario scrive per sé, e a volte è molto difficile farlo, perché le migliori frottole le raccontiamo proprio a noi stessi... tenere un diario ci obbliga a mettere nero su bianco un evento e ricordarlo, nel bene o nel male, e si sa, la penna può prendere la mano e scrivere qualcosa che mai ci saremmo aspettate.
In Psicosintesi, il diario è una delle tecniche di terapia, per permettere che l'inconscio ci parli attraverso parole fluide che escono, come l'inchiostro rotola giù dalla penna.
Riga dopo riga la semplice descrizione di eventi lascia il posto a vissuti, emozioni, ritrovando legami con radici di ricordi lontani, che prepotenti riemergono ed esigono spazio sul foglio.
Suggerisco spesso alle persone di tenere un diario, o al massimo, di trasferire su un qualsiasi pezzo di carta le loro riflessioni, ancorandole così alla gravità, perché si sa, i pensieri sono fatti di molecole d'aria, tendono a volar via come palloncini ingordi di elio e libertà.
Le emozioni sono invece fuoco che brucia, metterle sul foglio significa porsi a distanza di sicurezza, canalizzarle in un camino o una stufa... per farci scaldare e ottenere trasformazione, piuttosto che permettere loro di rovinare quel che lambiscono.
Quando scrivo mi disidentifico, posso osservare quella storia come se fosse di un altro, posso rileggerla a sorsi, dandomi il tempo per ulteriori spunti di significato.
Scrivendo posso mettere in fila gli eventi, posso dargli un ordine che nella realtà non c'è stato, posso creare un senso che mi aiuti a comprendere.
Insomma è importante fermare, rendere onore e dimora al tumulto di storie che ci accadono, perché si riesce a farle proprie, metabolizzare le cose e rendere noi stesse "libertà" una volta affrontate e intrecciatele come ricami preziosi, nella trama della nostra vita.

buona giornata,
virginia

lunedì 30 maggio 2011

La sacralità del corpo


Desidero condividere con Voi la bellezza di queste parole di Bert Hellinger, che cito con errori e/o omissioni, ma che ho ricevuto grazie a Stefania Cappolla, una bravissima couselor.
“L’universo viene tenuto in movimento da un infinita forza , riusciamo ad entrare in sintonia con questo infinito NEL NOSTRO CORPO.
Ciò che accade nel corpo in ogni istante è infinito.
E nella  sua ampiezza non è in nessuna maniera inferiore al cosmo .
La domanda è : come riusciamo nel corpo ad entrare in movimento con l’ infinito ? 
e allo stesso tempo come ci restringiamo  davanti al nostro corpo?
La risposta è : attraverso i nostri pensieri.
Quante cose riguardo all’ampiezza del nostro corpo riusciamo comprendere attraverso i nostri pensieri? Desideri ? Paure ?
Questi pensieri si manifestano nella nostra testa , più precisamente nella parte anteriore del cervello .Questi pensieri ci separano dall’essenziale del movimento vitale.
Immaginiamo di tralasciare il cervello  e andare nel cervelletto.
Esso è in sintonia con tutto il corpo , qui lo spirito si manifesta nel modo piu ampio  e comprensivo attraverso l’ipofisi e nel cervelletto siamo in un istante , subito UNO con ogni cellula del corpo, con l’ampiezza infinita del  nostro corpo con un movimento spirituale e creativo .
Che tiene in vita il corpo in ogni istante e nel contempo lo ricrea  in ogni istante ed è lo stesso  movimento  di creazione che mantiene in movimento il nostro universo fintanto che siamo in grado di comprenderlo ed esplorarlo.
La cosa più prossima a noi è il nostro corpo e i movimenti di creazione interni in ogni istante e attraverso il corpo siamo immediatamente UNO  con la forza creativa dell’universo.”

Non posso che condividere queste parole e stupirmi di fronte alla bellezza del corpo, alle sue connessioni sistemiche …Un giorno un mio amico ateo mi disse di essere diventato credente, dopo aver dato l'esame di patologia del Corso di Medicina …E ancora ora che è medico dice che la sua opera non è nulla rispetto alla perfezione di questa macchina di perfetta ingegneria.
Purtroppo molto spesso ce ne dimentichiamo e lo trascuriamo …
Non è un invito ad iscrivervi nella palestra Vip e nemmeno una sponsorizzazione del sushi giapponese, ma solo un consiglio ad ascoltare i messaggi del nostro corpo, ogni tanto, quando si può, con tre bei respiri…
Magari il dolore alla spalla sinistra mi sta evidenziando qualcosa che non voglio vedere a livello cognitivo…Fateci semplicemente caso…ponetevi la domanda e poi…la risposta vi arriverà…
Con affetto
Evi


venerdì 27 maggio 2011

E' un'avventura ricostruire se stesse



Voglio pensare a questa settimana come quella dedicata alla “rinascita”: ne abbiamo parlato in tutti i post, in modi diversi, con mezzi diversi... speriamo di avervi donato qualche nuovo seme da coltivare.
Voglio finire con un testo, ormai abbastanza famoso, del personaggio creato da Diego Cugia, ovvero Jack Folla.
Si tratta di “Donne in rinascita”.
Vi consiglio di vedere prima il video, molto coinvolgente grazie all'uso delle immagini.
Poi “perdetevi” nelle parole del testo qui sotto... nutrimento per l'anima (e testimonianza che esistono uomini che ci sanno comprendere ;-)).



"Più dei tramonti, più del volo di un uccello,
la cosa meravigliosa in assoluto è
una donna in rinascita.
Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta.
Che uno dice: è finita.
No, non è mai finita per una donna
.
Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole.
Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che ti fa
la morte o la malattia.
Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando
l'esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è
un esame, peggio che a scuola.
Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà
deciderai se sei all'altezza o se ti devi condannare.
Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai.
E sei tu che lo fai durare.
Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di
dormirci, con un uomo;
che sei terrorizzata che una storia ti tolga l'aria,
che non flirti con nessuno perché
hai il terrore che qualcuno s'infiltri nella tua vita.
Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane.
Sei stanca: c'è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare,
che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto.
Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa.
Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre:
"Io sto bene così. Sto bene così, sto meglio così".
E il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasqua.
In quell'uomo ci hai buttato dentro l'anima ed è
passato tanto tempo, e ne hai buttata talmente tanta di anima,
che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio
perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui e so che c'è stato un
momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento.
Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia,
nel tuo lavoro, nella tua solitudine.
Ed è stata crisi, e hai pianto.
Dio quanto piangete!
Avete una sorgente d'acqua nello stomaco.
Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata,
alla fermata della metro, sul motorino.
Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato
per ore, perché l'aria buia ti asciugasse le guance?
E poi hai scavato, hai parlato, quanto parlate, ragazze!
Lacrime e parole.
Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei
metri che dia un senso al tuo dolore.
"Perché faccio così? Com'è che ripeto sempre lo stesso
schema? Sono forse pazza?"
Se lo sono chiesto tutte.
E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia,
a due, a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli.
Un puzzle inestricabile.
Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi?
E' da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così,
scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai.
Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un
istinto che la trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova
forma per la tua nuova te.
Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo,
di presentarti a te stessa.
Non puoi più essere quella di prima.
Prima della ruspa.
Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente.
Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel.
Parte piano, bisogna insistere.
Ma quando va, va in corsa.
E' un'avventura, ricostruire se stesse.
La più grande.
Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende
o dal taglio di capelli.
Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo
meraviglioso modo di gridare al mondo "sono nuova"
con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo.
Perché tutti devono capire e vedere:
"Attenti: il cantiere è aperto, stiamo lavorando anche per voi.
Ma soprattutto per noi stesse".
Più delle albe, più del sole,
una donna in rinascita è la più grande meraviglia.
Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre.
Quando meno te l'aspetti..."

Buon week end
virginia

giovedì 26 maggio 2011

Un rimedio per le ferite e le sofferenze del passato



Scrivendo il post “la sofferenza necessaria: come attraversare il deserto della psiche” (se lo hai perso, lo trovi qui) ho riportato una frase del libro Donne che corrono coi lupi, che cita la possibilità di trovare nel deserto dell'anima, circondato da chilometri di nulla, anche un solo cactus, ma adornato di un unico fiore rosso vivo, sinonimo di speranza.
Questa immagine mi ha fatto inevitabilmente pensare a un rimedio della floriterapia australiana, lo Sturt Desert Pea.
Questo stupendo fiore, di un rosso intenso e vivificante, cresce proprio nelle zone desertiche dell'Australia meridionale, o in altre zone, ma sempre in condizioni climatiche molto secche e difficili, (come presso i laghi salati), per questo rappresenta un'essenza che rimanda al potenziale di forza, resistenza e presenza, nonostante le avversità.
Pensate che i suoi semi possono fiorire anche dopo quarant'anni!
La longevità di questa pianta ne spiega l'utilizzo nella cura di tutte le ferite del passato, soprattutto quelle serbate per molti anni: la sua proprietà principale è infatti quella di risolvere i dolori e i dispiaceri profondi.
Agisce efficacemente in quelle persone che tendono a reprimere la loro tristezza e piangere raramente, quindi rappresenta un rimedio fondamentale per tutte quelle di noi che hanno resistito al dolore per molto tempo, che hanno cercato di guardare avanti senza possibilità di elaborare la sofferenza (che magari si è presentata adesso tutta insieme, con gli interessi).
Ian White, il terapeuta che ha scoperto e divulgato i fiori del repertorio australiano narra una leggenda aborigena che spiega la nascita di questo fiore: curiosamente racconta del loro spuntare “al posto delle ossa” dopo un massacro perpetrato ingiustamente da una tribù su un'altra.
Ho trovato questa analogia con quanto suggerito dalla Pinkola Estes qualcosa in più di una semplice coincidenza. Che siano quelle degli aborigeni australiani o delle curandere sud americane, le storie popolari invitano a recuperare le ossa, il nostro dolore, la sconfitta, per poter poi risorgere.
A conferma di questo, cito ancora Ian White, il quale afferma che questo fiore è un potente rimedio che agisce molto in profondità, favorendo grandi cambiamenti nella vita delle persone.
La sofferenza profonda, quella che sembra annientarci, in realtà ci salva.
Quindi, care amiche, se vi accingete ad attraversare il deserto, Sturt Desert Pea, col suo rosso fiammante, può essere un prezioso e salvifico compagno di viaggio.

P.S. La posologia dei fiori australiani è diversa da quelli di Bach. Si assumono 7 gocce al mattino e 7 alla sera.
virginia 

martedì 24 maggio 2011

La sofferenza necessaria: come attraversare il deserto della psiche



Il post di Evi sulla donna lupo (lo trovi qui) ha risvegliato in me il desiderio di scrivere e riflettere sulle storie di questo libro numinoso e coraggioso, stimolante e a tratti spaventoso, perché ci inchioda, ci obbliga a guardare nell'ombra della nostra psiche, costringendoci a porsi domande che non sempre hanno risposte immediate e quasi mai hanno soluzioni indolori.
Ma il bello sta proprio qui, perché in ogni caso apre mille porte speranzose sulla possibilità di farcela.
In questo nostro mondo edonistico e voluttuario, già feroce e doloroso per certi aspetti della realtà, siamo portate per difesa a fuggire tutto ciò che ci fa soffrire o evoca in noi ricordi inquietanti o sogni infranti... la nostra parte fragile sembra dire “basta, non ne posso più, voglio solo stare bene, non mi interessa sapere perché sto così male! Vorrei dimenticare, cancellare, rimuovere tutto...”.
In realtà, il passaggio attraverso la sofferenza rappresenta una tappa imprescindibile del processo di trasformazione che ci conduce verso aspetti più evoluti e liberi della nostra vita.
Tutte le storie popolari narrate nel libro sono, in certi passaggi, molto crude e violente, per niente edulcorate rispetto alle fiabe che conosciamo dai nostri ricordi dell'infanzia, dove quasi sempre c'è un lieto fine.
La Pinkola Estes, ci mostra testimonianza della saggezza delle cantastorie (impersonate dalla Loba – la lupa – La Que Sabé, colei che Sa), le vecchie senza età che tutto sanno e che possono iniziare le giovani alla vita piena che meritano, al feminino selvaggio che le abita, grazie all'opera di ricostruzione delle ossa, passaggio obbligato attraverso la metafora della morte, come sofferenza e abbandono di parti di sé che non hanno più senso di esistere.
L'autrice ci avverte che è un percorso che passa attraverso il deserto, e non nelle foreste rigogliose e sempreverdi.
E' nel deserto che La Loba trova il mucchietto di ossa, ciò che rimane di ciò che era, l'essenza comunque indistruttibile, e quello cui è possibile donare una vita nuova soffiandovi dentro una vibrante anima, grazie al canto e alle cure della saggia vecchia che ci portiamo dentro.
La donna selvaggia, la vecchia, La Loba, La Que Sabé (colei che sa) sono tutte immagini dell'archetipo dell'eterno feminino, incarnazione della psiche istintuale, necessaria alla nostra sopravvivenza.
Le ossa rappresentano invece la forza indistruttibile: l'anima-spirito che può essere ferita, anche storpiata, ma che è praticamente impossibile uccidere.
Eppure, quando attraversiamo momenti della nostra vita in cui il dolore sembra troppo grande per farvi fronte, crediamo che in noi niente riuscirà a sopravvivere, perché temiamo di essere annientate dalla tristezza, dalla perdita e anche dall'accettazione di ciò che è stato e che è difficile lasciare andare.
Invece, paradossalmente, tutto questo ci libera.
La lupa, la donna selvaggia che ci portiamo dentro, si risveglia nelle crisi e ci spinge ad andare avanti, ad attraversare il deserto consapevoli che avrà una fine e ci permetterà di rinascere a nuova e più rigogliosa vita, piena di energia.
Essere donna significa anche non arrendersi, lottare e guardare avanti, spinte da una forza immane, che esiste perché tutte noi ne possiamo essere testimonianza ed espressione nel mondo.
Si, ce l'hai anche tu che non ci credi, che non la senti, che la rifiuti... ci vuole molto coraggio anche nel riconoscerla, perché una volta scoperta, nulla sarà più come prima, e questo spaventa, perché obbliga a comportarsi di conseguenza.
Certe donne non vogliono trovarsi nel deserto psichico. Ne detestano la fragilità, la sparutezza. Continuano a cercare di mettere in moto un vecchio macinino arrugginito per raggiungere una fantasticata città rilucente della psiche. Ma restano deluse, perché il lussureggiante e il selvaggio non sono qui.
Sono nel deserto,
un luogo in cui la vita è molto condensata. Le radici di ciò che vive sono aggrappate all'ultima lacrima d'acqua. […] la psiche della donna può aver trovato la via del deserto per risonanza, per passate crudeltà, o perché non le era concessa una vita più ampia sopra la terra. Molto spesso la donna sente allora di vivere in uno spazio vuoto in cui c'è forse soltanto un cactus con un bel fiore rosso vivo, e poi, in ogni direzione, cinquecento chilometri di nulla. Ma per la donna che si spingerà a cinquecento e uno chilometri
 c'è qualcosa di più.
Lasciamoci allora prendere per mano e accompagnare dalla Loba, attraversiamo il deserto, soffriamo con dignità, poniamoci domande fondamentali per la nostra rinascita:
che cos'è accaduto alla voce della mia anima? Quali sono le ossa sepolte della mia vita? In che condizioni si trova la mia relazione con l'io istintuale? Quand'è stata l'ultima volta che ho corso libera? Come posso far sì che la vita torni ad essere viva?
E poi, sulla base delle risposte, cantiamo, balliamo, perché in questo modo
“diventiamo”, se versiamo anima sulle ossa ritrovate.
Mentre versiamo il nostro struggimento i nostri crepacuore sulle ossa di quel che eravamo da giovani, di quel che sapevamo nei secoli passati,
e sulla rinascita che percepiamo nel futuro.
Scopriamo la meravigliosa energia che ci appartiene e in ogni caso ci può far dire “Sì” ogni giorno alla vita, in tutte le sue forme.
È vero, siamo a volte fragili e delicate, spaventate e disilluse, ma anche forti, piene di risorse e indistruttibili.
Ricordiamolo.
virginia

PS. a partire da oggi,  dedicherò un post a settimana a ciascuna storia narrata nel libro, quindi se siete pronte a farvi domande...seguiteci!

giovedì 19 maggio 2011

Le donne che leggono sono pericolose



Libro**  magistrale e affascinante.
A partire dal titolo, che ti fa sentire già quella sensazione di simpatico pizzicorino sotto i piedi, fa nascere il sorrisetto sotto i baffi [nonostante ognuna di noi abbia provveduto a epilarli ben bene ;-)] tipico di quando da bambina combini una marachella e la passi liscia.
In questo titolo è condensata una bellissima verità: i libri possono essere la nostra più grande possibilità di libertà.
Come sottolinea Daria Bignardi nella prefazione “le donne che leggono sono pericolose perché non si annoiano mai e qualunque cosa accada hanno sempre una via di fuga: se ne infischiano se le fai troppo soffrire perché loro si innamorano di un'altro libro, di un'altra storia, e ti abbandonano”.
Come afferma Elke Heidenreich, una degli autori, “la questione femminile ha fatto la sua comparsa nel mondo quando una donna ha imparato a leggere – perché la donna che legge si fa domande, e così facendo distrugge delle regole saldamente radicate”.
E poi parole appassionate, quelle di Stefan Bollmann (l'altro autore) che racconta la storia della lettura, da semplice strumento di conoscenza e di sapere a vero e proprio “piacere” che ti fa scordare spazio e tempo, ti trascina inconsapevolmente in una dimensione intima, dove non c'è posto per altro che per la fantasia e la riflessione.
E dopo le parole, le immagini.
Mi sono lasciata trasportare dalle riproduzioni stupende di quadri famosi,  che si susseguono una dopo l'altra, che raccontano senza dire, che provocano emozioni spontanee e fanno riflettere, immagini nelle quali ti puoi specchiare o nelle quali fai fatica a riconoscerti, ma ne vieni comunque magneticamente attratta...
La mia preferita è quella di Franz Eybl – Fanciulla che legge, 1850.

Franz Eybl - Fanciulla che legge (1850)

Mi piace perché la trovo moderna, fresca, senza epoca. Mi piace la semplicità che emana, e allo stesso tempo il trasporto testimoniato dalla mano appoggiata sul petto (starà leggendo qualcosa di commovente? Oppure sospeso e interrogativo? O forse intrigante?): è statica e dinamica in uno sguardo solo.
La giovane non è agghindata, vestita di crinoline e acconciata a festa come vediamo in altri quadri... e infatti per me la lettura è qualcosa di comodo e confortevole, una dimensione di beatitudine essenziale, priva di orpelli.
Il “fuori” è semplice ma non nudo (come negli stupendi quadri di Roussel, Marquet e Valadon) perché il “dentro”, l'espansione dell'immaginazione e del sogno, è ricca, ricchissima, creativa e produttiva all'ennesima potenza.

Théodore Roussel - Ragazza che legge (1886-1887)

La pagina fitta, le parole inghirlandate a formare storie, sono una porta su altri mondi, anche interiori, a volte conosciuti, a volte stupendamente scoperti e inaspettati.
Per me la lettura, soprattutto la narrativa, coi suoi meravigliosi personaggi, rappresenta da sempre un modo per conoscere l'animo umano, quello altrui ma soprattutto il proprio: ogni volta che mi identifico con un personaggio mi scopro diversa e nuova, mi faccio domande, provo a comprendere e sentire emozioni singolari, immagino, intuisco, ricordo...cerco di portare tutto questo nel mio mondo, per questo, a mio avviso, la lettura diventa anche relazionale.
Su questo aspetto mi discosto un po' dagli autori del testo: la lettura è sì, in un primo momento, un atto solitario, ma poi può diventare un potente strumento comunicativo di incontro con l'altro.
Mio marito mi dice che quando leggo sono così rapita che è inutile chiedermi o dirmi qualcosa... ma lui sa, e pazientemente attende, perché dopo essermi fatta fagocitare dalle pagine, scatta in me la voglia di condividerne i contenuti, il desiderio di scambiarsi opinioni, di cercare conferme o smentite, di esprimere paure o raccontarsi desideri e bisogni, in una sfera di intimità e complicità.
Un'amica tempo fa mi raccontava che lei e suo marito hanno gusti molto diversi di letture, ma poi, l'uno racconta all'altro frammenti o riassunti di testi a cui mai si sognerebbero di avvicinarsi, e questo comunque è un modo per sapere l'uno del mondo dell'altro, in maniera soft, filtrata, ma bella e costruttiva.
Quindi, amiche mie, al solito concludo con una sfumatura di possibilità e ottimismo: è vero che “le donne che leggono sono pericolose”, ma solo per coloro che non le capiscono e si mettono in competizione con la libertà interiore che i libri portano, piuttosto che esserne orgogliosi e goderne appieno insieme, per crescere.
virginia

** S. Bollan, E. Heidenreich (2007) "Le donne che leggono sono pericolose". Rizzoli

mercoledì 18 maggio 2011

Cavalcare la propria tigre



Ognuno di noi va a dormire ogni notte con una tigre accanto.
Non puoi sapere se questa al risveglio vorrà leccarTi o sbranarTi

Questo proverbio cinese vuole ricordare la relazione che ognuno di Noi ha con il proprio sè. Solo cercando di vederla costantemente possiamo rendere amica la nostra tigre ,in quanto nessuno può evitare la peggiore e la migliore delle compagnie: noi stessi.
E’ un invito a vedere ed ad affrontare.
Ho sempre ritenuto che “tutto è dentro di me” e quindi ogni qual volta mi capita qualcosa mi ascolto, mi osservo, scopro…
In questa ricerca costante e quotidiana tutto quello che scopro non lo giudico …siano i miei vizi, i miei limiti , siano le mie paure…mi limito ad osservarli e quando ricompaiono di nuovo li riosservo, dicendo loro “ Ti vedo". Non pongo giudizio ma semplicemente vedo .
E quando vedo, scelgo : scelgo di aver paura o di aver coraggio e valuto a seconda della circostanza.
Vedo e agisco, chiamando a sostegno lo spirito di mio padre e di mia nonna e ringraziando l’universo di avermi fatto vivere questa esperienza.
Quando sono confusa mi domando “ Quale energia, quale spazio mi serve per affrontare questa circostanza?”
La risposta alla domanda arriva…
Arriva sotto un’altra forma o direttamente da qualcuno a cui mi rivolgo.
Mi piace imparare dalle persone, chiunque esse siano e qualunque ruolo rivestano.
Ognuno di voi ha un insegnamento per me…
Basta ascoltare e osservare.
Grazie quindi di esserci ed ad ognuno auguro un buon galoppo della propria tigre in questa lussureggiante giungla chiamata Vita!
Evi

lunedì 16 maggio 2011

La donna Lupo



Mi piace molto l’archetipo della donna lupo descritto da Clarissa Pinkola Estès nel libro "Donne che corrono coi lupi" , la quale attraverso l’analisi dell’Archetipo della donna selvaggia, intende aprire una porta a tutte le donne in cerca di sé stesse.

Mi sento donna lupo sana quando sono robusta, piena di energia, di grande forza vitale, capace di dare la vita e la morte, pronta a difendere il territorio, inventiva, leale, errante.
Dal punto di vista della psicologia junghiana, così come per la tradizione dei cantastorie, è l'anima femminile. Eppure è di più: è la fonte del femminino. E' tutto quanto è istinto, è un insieme di mondi visibili e nascosti, è la base. Ognuna di noi riceve da lei una cellula che contiene tutti gli istinti e le conoscenze necessarie alla vita.
E' la forza Vita/Morte/Vita….Perchè la donna conosce il ciclo della vita e della morte e dalla morte riceve la vita e accoglie la morte …

Riunirsi alla natura istintuale non significa disfarsi, cambiare tutto da sinistra a destra, dal nero al bianco, spostarsi da est a ovest, comportarsi da folle o senza controllo...
Significa fissare il territorio, trovare il proprio branco, stare con sicurezza e orgoglio nel proprio corpo indipendentemente dai suoi doni e dai suoi limiti, parlare e agire per proprio conto, in prima persona, essere consapevoli, vigili, rifarsi ai poteri femminili innati, nell'intuito e nella percezione, riprendere i propri cicli, scoprire a che cosa si appartiene, levarsi con diligenza, conservare tutta la consapevolezza possibile.
La donna selvaggia in quanto archetipo, e tutto quanto sta dietro di lei, è la patrona di tutti i pittori, gli scrittori, gli scultori, i ballerini, i pensatori, di coloro che compongono preghiere, che ricercano, che trovano, perchè tutti loro sono impegnati nell'opera di invenzione, ed è questa la principale occupazione della donna selvaggia. Come in tutte le arti, sta nelle viscere e non nella testa.


Quando ci separiamo dal nostro istinto , dalla natura selvaggia, questo fa sì che la personalità della donna diventi povera, sottile, pallida, spettrale.
Non siamo nate per essere cuccioli spelacchiati e incapaci di balzare in piedi, incapaci di cacciare, di generare, di creare una vita. Quando la vita delle donne è in stasi, è nel tedio, allora è tempo per la donna selvaggia di emergere; è tempo per la funzione creativa della psiche di inondare la realtà con il nostro femminile

E allora amiche lupe siamo pronte a …ESSERE?

Baci
Evi

mercoledì 11 maggio 2011

Il dialogo e i repertori discorsivi_2



Eccoci di nuovo qua.
Ci eravamo lasciate sulla possibilità che trovaste delle alternative costruttive rispetto ai repertori comunicativi generatori di scontro e conflitto. 
Ci siete riuscite? Voi che strategie adottate per entrare in contatto con l'altro senza finire in lite?
Già nel post precedente (se lo hai perso lo trovi qui) avevamo rilevato l'importanza di ascoltare attivamente il nostro interlocutore, piuttosto che concentrarsi su tutti i mezzi possibili e immaginabili per difendere le nostre posizioni.
Quando ci poniamo in ascolto già ci mettiamo un attimo "fuori" dal nostro punto di vista, disposti a valutare ciò che la persona che abbiamo di fronte ci vuol comunicare, quindi siamo un po' meno arroccati sulle nostre convinzioni circa la sua posizione, il suo pensiero, le sue emozioni... (che a volte non corrispondono alla realtà, ma a nostre proiezioni di essa!)
Una volta ascoltato ciò che l'altro ci sta dicendo, si può esprimere la nostra opinione, ma  utilizzando repertori di questo tipo: 

Repertorio della descrizione 
Si riferisce a modalità discorsive che implicano la descrizione dei fatti così come sono avvenuti senza comportare giudizi di valore o elementi soggettivi. Tali modalità discorsive forniscono una fotografia della realtà che precede e/o accompagna le situazioni sulle quali si è chiamati a pronunciare.
Da un punto di vista formale , si costruisce a partire da verbi al presente o passato prossimo , farsi brevi, assenza di subordinate.
Es. Sta succedendo che... 

Repertorio dell’individuazione dell’obiettivo 
Si riferisce a modalità discorsive che configurano una realtà in merito ad un determinato scopo. Contribuiscono a questo repertorio sia porzioni di testo che descrivono, definiscono e citano esplicitamente gli obiettivi di un’azione (o di quanto viene detto), sia porzioni di testo che sottintendono tale riferimento, comportando la previa definizione di un obiettivo per affermare ciò che dicono, per esempio in riferimento alla valutazione dell’efficacia messa in atto. 
Es. Ti sto dicendo questo perché vorrei farti capire...

Repertorio della considerazione
Si riferisce a modalità discorsive che assumono forte  legittimità e valenza di quanto posto e si caratterizzano per offrire argomentazioni anche estremamente articolate, ma costantemente connesse all’obiettivo definito dalla domanda di riferimento.
Es. Rilevato che...inoltre, come visto...e ancora, a conferma di... si può considerare che... e questo alla fine ci porta a..(obiettivo) 

Usando questi repertori le parti riescono a generare e co-creare insieme una realtà terza  che si avvale del punto di vista e dei contributi  di entrambi e raccoglierà il meglio di entrambi!
Perché… “Two gusts è meglio che one”  come diceva la pubblicità del gelato!

E soprattutto impariamo a ringraziare il nostro partner, il nostro interlocutore degli spunti interessanti che ci offre e  in un mondo che cambia impariamo a cambiare anche noi i nostri "indiscutibili" punti di vista !

Con affetto 
Evi

lunedì 9 maggio 2011

Il dialogo e i repertori discorsivi_1



“Dialogo” è una parola senza inflessioni di sorta: non definisce, non qualifica il tipo, esprime solo un flusso di informazioni, parole e contenuti da una fonte all'altra.
Ma quando si può dire che questo flusso raggiunge l'obiettivo che si è proposto?
Il dialogo è efficace quando ognuno dei due interlocutori è disponibile a modificare le proprie convinzioni iniziali per farle in parte proprie, mediante l’ascolto attivo.
Così scopriamo che in tale contesto di efficacia, è l’ascolto dell’altro ad essere fondamentale, più ancora della necessità di dire ed esprimere.
Molto spesso invece quando l’altro parla, noi nella nostra testa nemmeno lo ascoltiamo e continuiamo a rimuginare le nostre ragioni !
In realtà non lo ascoltiamo e continuiamo il nostro monologo interiore o cerchiamo appigli verbali per rafforzare le nostre convinzioni.
Questo atteggiamento piuttosto che avvicinare non fa altro che allontanare irrimediabilmente.
Quindi, ogniqualvolta accettiamo una conversazione, cerchiamo di essere nello spirito di ascoltare l’altro attivamente e di accettare di cambiare anche solo in parte il nostro punto di vista.
No, non è per niente semplice, perché occorre essere in uno spirito il più possibile obiettivo, e la maggior parte delle volte, non siamo in questo spirito quando, ad esempio, ci sentiamo emozionalmente turbati .
Un primo e importante passo potrebbe essere quello di riconoscere di non avere questo spazio neutrale e comunicarlo all’altro dicendogli semplicemente che non siamo in grado di affrontare una conversazione efficace e chiedondogli magari di rimandare qualsiasi discorso ad un momento successivo.
Se questo non viene fatto, il rischio è di sfociare nell'aperto conflitto.

Nella costruzione verbale del conflitto usiamo ciò che la scienza della comunicazione definisce “repertori discorsivi di scontro”, ossia delle frasi che invece di andare incontro al nostro interlocutore servono ad acutizzare la contesa, per affermare il nostro punto di vista.
I più utilizzati sono i seguenti:
1) Repertorio del sancire la realtà
Si riferisce a modalità discorsive che vanno a definire una realtà come data, certa, dunque non modificabile , a partire dall’interpretazione personale, non configurando la possibilità di scenari di trasformazione della realtà stessa . A livello formale si individua attraverso l’utilizzo di avverbi e/o congiunzioni che decretano uno stato di cose non modificabile (sempre, mai, nessuno, tutti, ogni, da sempre, troppo) o in verbi in terza persona o al presente.
2) Repertorio della valutazione
Si riferisce ad una modalità discorsiva che si caratterizza per offrire argomentazioni che esplicitano la propria posizione ed il valore che si attribuisce alla stessa ( pertanto con caratteristiche di assolutezza) . Tale valore si può basare su criteri di tipo morale, qualitativo ed etico.
A livello formale si individua l’utilizzo di avverbi che connotano la qualità di una persona e/o di un determinato evento ( es. particolarmente, adeguatamente)
3) Repertorio del giudizio
Si riferisce a modalità discorsive che connotano una persona o un evento esprimendo un giudizio rispetto a qualcosa o qualcuno in virtù di teorie personali, attestandosi perciò ad un livello non descrittivo, ma connotante un punto di vista o una valutazione personale.
La modalità del giudizio sottopone la legittimità in quanto posto ai criteri di morale e valore; pertanto viene presa una posizione precisa attraverso l’utilizzo di argomentazioni poco articolate e che assumono carattere di assoluto.
A livello formale è caratterizzato dall’utilizzo di espressioni quali “secondo me, ritengo che, sono dell’avviso che”, espressioni che pongono l’oggetto dell’argomentazione a un livello tale per cui la persona e/o l’evento può essere giudicato
4) Repertorio della giustificazione
Si riferisce a modalità discorsive che fanno riferimento alle ragioni che sono alla base di una situazione o comportamento. La pratica di tale modalità discorsiva comporta il mantenimento dello stato attuale delle cose, in quanto l’uso di giustificazioni legittima lo stato delle cose e non mette in campo altre modalità per gestire o modificare quanto accade.
La modalità della giustificazione si muove , contrariamente alle precedenti, a partire da un’implicita attribuzione di legittimità e valenza a quanto posto.Le argomentazioni poste non rappresentano in sé delle giustificazioni, ma lo diventano dell’operazione retorica che le sottende.
A livello formale si individuano locuzioni avverbiali utilizzate allo scopo di giustificare/ motivare il proprio operare/pensare ( ad es. in effetti, motivo, perché)
5) Repertorio della causa
Si riferisce a modalità discorsive che individuano/ stabiliscono un rapporto di causa ed effetto tra due argomentazioni /elementi del discorso. Comporta l’individuazione di un agente riconosciuto come causa della situazione attuale.
A livello formale si individua l’utilizzo di locuzioni avverbiali che indicano un rapporto causale tra proposizioni ( perché, poiché, in quanto)
6) Repertorio della definizione dell’altro
Si riferisce a modalità discorsive che forniscono una descrizione dell’altro a partire dall’attribuzione di tratti stabili, individuati come costitutivi della persona.
A livello formale è caratterizzato dall’utilizzo di aggettivi introdotti in genere dal verbo essere e/o avere coniugati nella forma indicativa.
7) Repertorio del commento
La modalità discorsiva del commento si caratterizza a partire dall’assunto che quanto richiesto o posto è privo di qualsiasi legittimità o valenza. Pertanto gli elementi argomentativi presenti nel testo possono anche non avere diretto riferimento con quanto chiesto e posto.
La modalità discorsiva del commento, non legittimando quanto viene posto dall’interlocutore, non consente la generazione di una realtà terza.

Sembrerebbe una situazione senza rimedio... tutti in una perenne lotta e diatriba senza limite??
No invece, ci sono soluzioni...vi chiedo di attendere il prossimo post per scoprirle (intanto provate a individuarle voi, se vi va, perché anche questo è esercitarsi all'incontro con l'altro, partendo dalle proprie risorse.. ;-)

evi

giovedì 5 maggio 2011

La coppia, il dialogo e le "comunicazioni di servizio"



Come e quando si perde il filo del dialogo e ci si scambiano solo sterili “comunicazioni di servizio”? Da cosa dipende la perdita di interesse, l'abbandono della necessità di far passare un messaggio efficace, limitandosi a parlare del più e del meno, con la testa altrove, il corpo qui ma senza presenza, le emozioni congelate?
Avviene dopo un passaggio fondamentale, quello rivendicato dal “tu non mi ascolti mai. Tu non mi capisci. Tu pensi solo a te stesso/a...” quindi “Io non ce la faccio più...”.
E' la resa, dopo percorsi arrivati a un bivio, oltre il quale procedono paralleli senza incontrarsi mai, un senso di smarrimento mescolato a rabbia e rivendicazione, riscatto e necessità di guardare oltre quei confini che fino ad oggi sembravano gli unici che limitassero il proprio mondo.
Donne e uomini esasperati che si domandano “ho davvero sbagliato tutto?”
Non ci sono ricette facili di felicità. Il rischio di far impazzire la maionese della routine è sempre in agguato, soprattutto quando mancano ingredienti di base...l'attenzione, la costanza, la volontà, la coerenza...
Sotto la voce “comunicazioni di servizio” inserisco tutti quei dialoghi che dicono senza dire, che chiedono senza dare indizi, che pretendono al netto della comprensione, che informano senza possibilità di replica... in un climax di raffreddamento che spesso culmina nel “mi dispiace ma così non ci riesco più”.
Non si riesce a fare cosa? A mettersi nei panni dell'altro? O a manifestare i propri desideri? Non si riesce a continuare a essere qualcos'altro da quel me stessa/o che sono stata/o finora per garantire il sereno ménage familiare? Non si riesce più a chiudere gli occhi di fronte a certe evidenze che, come insegne al neon, ci indicano i problemi che fino ad oggi abbiamo trascurato?
Facciamo un gioco.
Un foglio bianco, una penna, una domanda: gli ingredienti fondamentali perché una coppia sia felice.
Non una coppia qualsiasi: la tua.
Prenditi un po' di tempo, insieme al tuo partner per fare questo gioco. Fatelo ciascuno su un foglio diverso, senza confrontarvi.
Immaginate di stilare un elenco di vostri bisogni, necessari per far sì che la vostra relazione vi appaghi e vi realizzi, ma immaginateli sotto forma di ingredienti, con le relative quantità, in base all'importanza che date loro (es. 100gr di rispetto, 150gr di coccole, 100gr di sessualità ecc...). Lasciate libera la vostra fantasia, senza giudicare quello che emerge e cercando di essere più sinceri che potete; non trascurate nessuno aspetto, neppure il “pizzico di...”.
Poi confrontate quello che avete scritto.
A volte questo può portare a scoprire bisogni nuovi, o anche dimenticati, desideri impellenti, domande urgenti, pensieri zavorranti, spontanee intuizioni...
ed ecco che sbocciano i “credevo che tu...” “non avrei mai immaginato che...” “potevi dirmelo prima...” così come possono nascere anche divergenze di opinione, questioni di principio, rivendicazioni di tempo,  esplosioni di “mi hai sempre detto che...” “non mi hai mai ascoltato...” “sei così cambiato/a..”
Si, tutto può succedere.
Rimanendo nella metafora, può darsi che – all'inizio del rapporto – fossimo partiti entrambi con gli ingredienti per fare il tiramisù e adesso ci troviamo l'uno con le lasagne e l'altro con il pollo arrosto. Ma si sa, i bisogni cambiano nel tempo, perché gli eventi ci cambiano, noi ci evolviamo e soprattutto nei rapporti di lunga data è importante, direi fondamentale, riuscire a tenersi aggiornati sulle rispettive necessità.
Come tutte le ricette, non basta leggerle perché vengano messe in pratica: occorre impastare gli ingredienti, preparare e insaporire, fare attenzione alle quantità, alla temperatura di cottura, rispettare i tempi... così la vostra coppia può aver bisogno di un impegno concreto di entrambi per funzionare, della volontà di co-costruire anche qualcosa di nuovo rispetto alle ricette originali.
Non è detto che si debba abbandonare la tavola già apparecchiata: si può vedere di creare un menù ancora più completo, utilizzando le risorse e ingredienti dell'uno e dell'altro.
Questa non deve essere la ricetta della coppia “perfetta”.
Non esistono coppie “perfette” ma possono esistere coppie felici, perché sono coppie che “funzionano”, ovvero non si stancano di confrontarsi, di parlare ed esprimere anche la più piccola incertezza, prima che diventi una crepa irrecuperabile.
Il dialogo è fondamentale, quello vero, profondo, quello che non giudica e non ha paura di essere giudicato, quello che osa e rischia perché crede nell'obiettivo che si è prefissato, quello che incontra l'altro in un territorio comune, che vuole superare la crisi, quello mosso da un cuore che ama e che crede che tutto sia possibile... questo dialogo è ciò che permette di affrontare anche le divergenze di opinione, in maniera costruttiva e matura.
Create il vostro menù, quello che più vi piace, non importa se per i canoni comuni i "piatti" non sono ben abbinati, l'importante è che voi siate appagati e soddisfatti.
Che dire... buon “incontro”...e buon appetito!
virginia

martedì 3 maggio 2011

L'essenziale è invisibile agli occhi...



Voglio condividere con voi degli scritti magici di un uomo che ha saputo rendere sotto forma di poesia il suo amore per le forme, restituire il senso ad un'architettura fatta col cuore e riempire di significati nascosti e intimi  la costruzione degli spazi che ci circondano.
Giovanni Michelucci è il progettista della famosa chiesa sull'autostrada A1 alle porte di Firenze, riferimento inconfondibile per chiunque vi passi distrattamente vicino, sfrecciando a grande velocità.
Io sapevo solo questo, fino a che, diversi anni fa, mi son trovata a comperare da un ragazzo per strada un libretto, affascinata semplicemente dal titolo (“Dove si incontrano gli angeli: pensieri, fiabe e sogni” Ed. Carlo Zella/Fondazione Michelucci) perché per far presto non avevo minimamente badato all'autore.
Cominciai a leggere e rimasi sorpresa, estasiata da come si potesse coniugare una tale spiritualità con la concretezza della materia plasmata in edifici: negli scritti di quest'anima stupenda si ritrovano concetti e idee emozionanti, la città e i suoi spazi pensati secondo i bisogni di incontro e condivisione dell'uomo, con un occhio di riguardo per coloro che stanno ai margini, in un progetto di inclusione e unità che fa venire i brividi sulla pelle.
Eccovi un condensato di saggezza e comprensione profonda:

La Bellezza non è ciò che gli occhi vedono: a un certo punto gli occhi non vedono più e l'uomo scopre relazioni infinite che dissolvono la sua solitudine. Allora si è nel mondo e fuori del mondo al tempo stesso, insieme con tutti quelli che sono intenti a cercare oggi, hanno cercato ieri, cercheranno domani una risposta.
A che cosa? Non è possibile saperlo: forse lo spirito della ricerca esaurisce la verità che si cerca. E allora la verità è la verità del mistero. Non è trovata soluzione ai problemi e anzi i problemi si moltiplicano.
Ma, stranamente una catena di problemi può appagare.
La bellezza non è ciò che gli occhi vedono, ma ciò che lo spirito vede senza occhi”.

Vorrei che anche le cose, lo spazio che ci circonda, fossero abitati da una sensazione di partecipazione, perché allora realizzeremmo davvero quel sogno della nuova città che mi porto dietro da sempre e che non è altro luogo che lo stesso luogo, la stessa situazione che viviamo ogni giorno, che possa essere vissuta in un altro modo, in un'altra dimensione di relazioni e sensazioni. Solo allora possono nascere le piazze, le strade, le voci, gli oggetti della nostra infanzia, non come qualcosa che ci sta dietro, ma come qualcosa che ci accompagna, per costruire il nuovo senza paura di perderci”

quando vado in clinica psichiatrica e vedo il vecchio ambiente con le inferriate, le finestre sbarrate e dentro questi pazzi che non fanno nulla, mi chiedo come posso intervenire io come architetto per la loro sorte, come posso togliere un'inferriata...
Ma risolvo veramente il problema della libertà di questi uomini? No, non ho questa facoltà. Intuisco però che una possibilità c'è, ed è quella di superare un nostro atteggiamento che è venuto dalla vita, che è venuto da una scuola infame, più attenta alla moralità di una cosa che non a un atto generoso.
Allora ho pensato che avvicinandomi al pazzo, avvicinandomi ad un carcerato, ad uno che è a letto malato, semplicemente trovando in me un argomento che possa interessare e l'ammalato e il pazzo e il carcerato, ho pensato che realmente si supera un muro, che questo fa veramente buttar giù i muri costruiti”

Entrando nella chiesa sull'autostrada si coglie tutto questo. Un'atmosfera di serenità dove non tanto i confini murati, ma gli spazi sapientemente costruiti, sono i padroni del silenzio.
Le rotondità della costruzione portano l'occhio verso il cielo, forse proprio lì, “dove si incontrano gli angeli” di Michelucci, quelli che ci ricordano che infondo, ognuno di noi può fare la differenza, in quanto scintilla di spiritualità, comunque la si voglia intendere.

virginia