giovedì 27 febbraio 2014

Parole per l'anima #9


"oh mio Dio...sto volando!" 
L'ottimismo è il miglior modo 
per guardare alla vita

L'umorismo secondo Assagioli è una delle qualità dell'inconscio superiore, ovvero di quell'ignota parte di noi dove risiedono le potenzialità, le risorse e le energie evolutive (ne avevo parlato qui).
Ecco perché oggi nella nostra rubrica settimanale, voglio dedicare uno spazio speciale a questa attitudine, da non sottovalutare.
Il senso dell'umorismo è ciò che – anche se solo per un momento – fa cambiare di segno al nostro stato d'animo.
Di fronte a una situazione, problema o preoccupazione, ci identifichiamo in un vissuto pesante e intenso, che schiaccia, risucchia e spesso non ci permette di essere un minimo obiettivi, passo fondamentale per sperimentare altri punti di vista e mettersi in azione.
La battuta di spirito è invece un frammento di consapevolezza, un'intuizione che guizza fuori dal dolore per vedere le stesse cose in un'altra maniera.
Come affermava Einstein “la mente che ha prodotto il problema non può essere la stessa che lo risolve”, per cui diventa necessario riuscire a cogliere il nostro “centro”, l'osservatore interiore, che dalla sua posizione super partes può aiutarci a superare o trovare soluzioni a ciò che, in un primo momento, appare irrisolvibile (se ci seguite, approfondirò questo tema lunedì).
L'ottimismo però non significa solo “pensare positivo”: il solo pensare non basta, occorre anche rendere azione il pensiero e muoversi con consapevolezza, anche tenendo conto delle difficoltà e dei limiti.
È vero però, che il sorriso può essere contagioso, può aprire nuove porte e svelare l'importanza del nostro atteggiamento rispetto alle cose.
Questa settimana, proviamo a vedere le cose da nuovi punti di vista e sorridere.












Un sorriso è la cosa più carina 
che puoi indossare

buon week end
virginia

(Fonte immagini: Pinterest)




lunedì 24 febbraio 2014

Cosa sono i condizionamenti?

Magritte - Tentando l'impossibile

Care amiche , vi riporto un interessante articolo che ho trovato nel sito di OSHO, ma vi consiglio di non perdervi il post di lunedì prossimo, dove Virginia ce ne parlerà dal punto di vista della Psicosintesi.
Cosa sono i condizionamenti?
È una domanda molto significativa perché porta alla luce due diversi approcci rispetto alla realtà interiore dell’uomo.
L’approccio occidentale è quello di pensare al problema, scoprirne le cause, esplorare la storia, il passato del problema, sradicarlo dalla base, decondizionare oppure ricondizionare la mente, ricondizionare il corpo, eliminare tutti gli ‘imprint’ rimasti nel cervello. Questo è l’approccio occidentale. La psicoanalisi entra nella memoria e lì svolge il suo lavoro. Va nell’infanzia, nel passato; torna indietro nel tempo e scopre da dove è nato il problema. Magari il problema è nato cinquant’anni fa, quand'eri bambino, nella relazione con tua madre. La psicoanalisi va indietro nel tempo.
Cinquant’anni di storia! È una faccenda lunga, che si trascina per anni. E comunque non ti può aiutare molto, perché esistono milioni di problemi. Non si tratta di un problema solo. Puoi esplorare la storia di un problema; puoi osservare la tua autobiografia e trovare le cause del problema, e magari eliminarlo, ma ce ne sono milioni! Se devi esplorarli tutti per risolvere i problemi della tua vita, ti serviranno milioni di vite. È assurdo!
Ora lo stesso approccio psicoanalitico viene adoperato anche per il corpo: il rolfing, la bioenergetica, e altri metodi, possono eliminare gli imprint rimasti nel corpo, nella muscolatura. Anche qui, dovrai esplorare la storia del corpo. Una cosa però è certa in entrambi gli approcci – che seguono la stessa linea logica – ed è che il problema arriva dal passato, e quindi dev’essere in qualche modo affrontato nel passato.
In Oriente la prospettiva è completamente diversa. In primo luogo, si pensa che non esista un problema serio. Nel momento in cui affermi che nessun problema è serio, il problema è per il novanta per cento già morto. Il modo in cui lo vedi cambia completamente. La seconda cosa che si sostiene in Oriente, è che il problema esiste perché sei identificato con esso. La sua esistenza non ha nulla a che fare con il passato, con la storia. Sei identificato: questo è il fatto reale. E questa è anche la chiave per risolvere tutti i problemi.
Per esempio sei una persona piena di rabbia. Se vai dallo psicanalista, ti dirà: “Vai nel passato. Da dove è nata questa rabbia? In che situazione è diventata sempre più impressa nella tua mente? Dobbiamo ripulire tutte quelle impressioni, cancellarle completamente. Dobbiamo ripulire tutto il passato”.
Ma se vai da un mistico orientale, ti dirà: “Pensi di essere rabbia, ti senti identificato con la rabbia. È proprio lì che le cose vanno storte. La prossima volta che la rabbia emerge, sii un osservatore, un semplice testimone. Non identificarti con la rabbia, non dire: ‘Sono rabbia’, oppure: ‘Sono arrabbiato’. Osservala come se stesse accadendo sullo schermo della televisione. Osserva te stesso come se stessi osservando qualcun altro.
Sei pura consapevolezza. Quando la nuvola della rabbia arriva a circondarti, osservala e rimani sveglio, in modo da non identificarti. Il punto principale è come non identificarsi col problema. Quando hai imparato questo… e allora non si porrà nemmeno la questione di avere ‘tanti problemi’ perché la chiave, la stessa chiave, aprirà tutte le serrature. Funzionerà con la rabbia, con l’avidità, con il sesso: funzionerà con tutto ciò di cui la mente è capace”.
La domanda è: “Recentemente hai parlato del ‘non-problema’, del fatto che i nostri problemi non esistono. Sono stato allevato in una famiglia cattolica e repressiva…”
Puoi, esattamente in questo momento, diventare non-cattolico. Ora!, ti dico. Non dovrai tornare nel passato per disfare ciò che i tuoi genitori, la società, i preti e la chiesa hanno fatto. Questa sarebbe una pura perdita di tempo, prezioso tempo presente. Ha già distrutto tanti anni passati; e ora, di nuovo, distruggerà il momento presente. Puoi semplicemente uscirne come un serpente si libera della sua vecchia pelle.
Stai dicendo che tutti gli strati di armatura, tutti i condizionamenti e le repressioni non esistono, e possono essere lasciati andare immediatamente?” No, esistono. Ma esistono nel corpo oppure nella mente, non nella consapevolezza, perché la consapevolezza non può essere condizionata. La consapevolezza rimane libera. La libertà è la sua qualità più intrinseca, la libertà è la sua natura. In realtà, col semplice fatto di fare questa domanda, mostri proprio quella libertà.
Quando dici: “Ventun’anni in un sistema educativo folle”, quando dici: “Sono stato allevato in una famiglia cattolica e repressiva”… In questo momento non sei identificato. Puoi osservare i tanti anni di repressione cattolica, i tanti anni di un certo tipo d’educazione. Ma in questo momento, quando l’osservi, questa consapevolezza non è più cattolica; altrimenti chi potrebbe essere consapevole? Se fossi veramente cattolico, chi potrebbe essere consapevole? Non ci sarebbe alcuna possibilità di diventare consapevole.
Se puoi affermare: “Ventun’anni in un sistema educativo folle”, una cosa è certa: non sei ancora folle. Il sistema ha fallito; non ha funzionato. Non sei pazzo, ecco perché riesci a vedere la follia di tutto il sistema. Un pazzo non può riconoscere di essere pazzo. Solo una persona sana di mente può vedere che questa è follia. Per vedere la follia come tale, devi essere sano. Quei ventun’anni di sistema folle hanno fallito; tutto quel condizionamento repressivo ha fallito. Non può veramente avere successo. Ha successo solo in proporzione alla tua identificazione con esso. In qualsiasi momento puoi rimanere distaccato… esiste, non dico che non esiste, ma non è più parte della tua consapevolezza.
Proprio questo è il fascino della consapevolezza: essa può uscire da qualsiasi situazione. Per essa non ci sono barriere, né confini. Un momento fa eri un inglese; quando, un momento dopo, comprendi che il nazionalismo non ha senso, non sei più un inglese. Non dico che non avrai più la pelle bianca; rimarrà bianca, ma tu non sarai più identificato con l’essere bianco; non sarai più ostile alla pelle nera. Riconoscerai la stupidità di questo fatto. Non sto dicendo che non sarai più un inglese e dimenticherai la tua lingua. Essa sarà ancora lì nella memoria, ma la tua consapevolezza riuscirà a sgaiattolare fuori; prenderà dimora sulla collina e da lì potrà osservare la valle. Ora l’inglese sarà nella valle, morto, e tu sarai sulla collina, lontano, distaccato, inalterato.
Tutta la metodologia orientale può essere ridotta a una parola: testimoniare. Tutta la metodologia occidentale può essere ridotta a una sola cosa: analizzare. Quando analizzi, continui ad andare in tondo. Testimoniando, salti fuori dal circolo.
L’approccio orientale è quello di spostare l’attenzione sul cielo. L’approccio occidentale ti rende sempre più consapevole delle nuvole; può aiutarti un po’, ma non può renderti consapevole del tuo nucleo più intimo. Della circonferenza, sì – diventi un po’ più consapevole della circonferenza – ma non del centro. E la circonferenza è un ciclone. Devi trovare il centro del ciclone, e questo accade solo con il testimoniare.
Testimoniare non cambierà il tuo condizionamento, non cambierà la muscolatura, ma ti darà un’esperienza del fatto che sei al di là della muscolatura e del condizionamento. In quel momento di trascendenza, non c’è nessun problema – non per te. Ora dipende tutto da te. Il corpo avrà ancora con sé la muscolatura, e la mente il suo condizionamento. Ora dipende da te: se a volte ti sorge il desiderio di avere un problema, puoi andare nel sistema corpo-mente e avere il problema e godertelo. Se non vuoi averlo, puoi rimanerne fuori. Il problema rimarrà come ‘imprint’ nel corpo-mente, ma tu rimarrai distaccato e distante da esso.
È così che opera un Buddha. Tu usi la memoria; anche un Buddha usa la memoria, ma non è identificato con essa: usa la memoria come meccanismo.
Quindi, ciò che dici nella tua domanda è giusto: i problemi esisteranno, ma solo in forma potenziale nel corpo e nella mente. Come puoi cambiare il passato? Nel passato sei stato cattolico; se per quarant’anni sei stato cattolico, come puoi cambiare quei quarant’anni e non essere più cattolico? Quei quarant’anni rimarranno come periodo in cui sei stato cattolico. Ma puoi venirne fuori; ora sai che era solo un’identificazione. Quei quarant’anni non possono essere cancellati, e non c’è alcun bisogno di farlo. Ora sei il padrone di casa, quindi non è necessario. Puoi persino usare quei quarant’anni in un certo modo, un modo creativo. Persino quell’educazione folle dev’essere usata in modo creativo.
Che mi dici degli ‘imprint’ che rimangono nel cervello e nella muscolatura?”
Saranno ancora lì, ma solo come seme, solo in potenza. Se ti senti solo e vuoi qualche problema, potrai procurartelo. Se ti senti troppo infelice senza l’infelicità, potrai averla. I problemi saranno sempre a tua disposizione, ma non dovrai averli per forza. Potrai scegliere.
(The Tantra Vision
)

con amore 
evi

giovedì 20 febbraio 2014

Parole per l'anima #8


Un matrimonio di successo 
richiede di innamorarsi molte volte,
sempre della stessa persona.


Saranno ancora i postumi della settimana di S.Valentino o forse le riflessioni che nascono dal mio lavoro con le coppie... questa settimana parole per l'anima è dedicata al rapporto a due, non ha importanza che si chiami fidanzamento, matrimonio o convivenza...
Già altre volte ho scritto sul blog di seduzione (qui) comunicazione nei rapporti (lo trovi qui) e amore (qui, qui e qui).
Oggi partiamo invece da questa frase, semplice ma allo stesso tempo complicata.
Come si fa a innamorarsi molte volte della stessa persona quando ci hanno detto che, se va bene, ci innamoriamo una volta e questo stato di grazia dura si e no, 9mesi/1 anno?
Nel momento dell'innamoramento siamo aperti all'altro e alla vita e spesso emergono, grazie all'incontro profondo con chi ci ama, parti di noi che magari non conoscevamo.
È un momento di vulnerabilità e potenza insieme.
C'è la paura e la gioia, il rischio e il bisogno di sicurezza, in un magma incandescente di sentimenti che rende euforici, quasi in uno stato alterato di coscienza.

Non ci innamoriamo di chiunque, ma solo di chi intercetta l'altra parte di noi stessi e quindi, ci svela. […]
In amore, infatti, l'io – secondo Freud un “precipitato di difese” – diventa passivo, e per questo parliamo di “passioni”, perché l'io patisce l'altro, senza che la sua razionalità possa opporre una qualche resistenza in un momento magico, esaltante e anche minaccioso in cui si viene a contatto, grazie a chi ce ne facilita l'accesso, a quell'ignoto che noi stessi siamo, e che, dal punto di vista dell'io, si chiama “follia”
(U. Galimberti su D di Repubblica)




Come è possibile ricreare tutto questo dopo anni di convivenza e conoscenza, quando gli impegni, i doveri e le cristallizzazioni dei comportamenti hanno reso quotidiane le passioni trasformandole in un placido calore o al contrario in momenti di tensione dove il fuoco è sempre acceso ma per distruggere?
Proviamo a giocare, semplificare e vedere le cose da altri punti di vista...
E se fosse che quella apparente tranquillità – che qualcuno chiama noia – fosse un segnale che qualcosa necessita di essere modificato?
E se fosse che quei conflitti sottendano bisogni inascoltati e voglia di amore malcelata?
Nel corso della nostra vita noi non restiamo uguali a noi stessi. Mai.
Perché la coppia deve restare tale se noi cambiamo?
La soluzione immediata per qualcuno può essere quella di cambiare partner, così da permettere a qualcun altro di svelare ciò che nel tempo si è modificato.
E se si potesse farlo anche col partner di sempre?
Sento già le voci di qualcuna: “bisogna essere in due” “ci ho provato, tanto non capisce e non ci provo più” “è tempo perso...”
Io provo a lanciare qualche domanda, invece di dare risposte:
Siete sicure di far vedere al vostro partner la donna che conoscerebbe qualcun altro oggi?
Vi rivolgete a lui nello stesso modo in cui vi rivolgereste a una persona nuova?
Ci sono aspetti di voi che non condividete con lui perché “tanto so già che non capirebbe” (ma nel frattempo magari non si accorge neppure che ci sono)?
Vi immaginate mai di conoscerlo oggi e chiedervi che cosa di lui vi attrarrebbe? Avete mai provato a vederlo con gli occhi di un'altra donna?
Avete mai provato a fare insieme qualcosa che non avete mai fatto?
Gli date modo di esprimere desideri, bisogni, aspetti di sé che non conoscete?
Gli avete mai chiesto se ci sono cose che non vi ha mai detto per paura di essere giudicato o attaccato o perché anche lui è convinto che non capireste?
Avete voglia – e il coraggio – di ascoltare e scoprire?

Ecco, questi sono tutti modi per affrontare le difese dell'io, e chissà...
poter essere “folli”, ancora una volta. Insieme.

Buon week end
virginia  




lunedì 17 febbraio 2014

Imparare ad accogliere



In una delle mie pause pranzo al bar, mi è capitato di sfogliare una vecchia rivista del settimanale Io donna, che nel numero pre-natalizio aveva come tema “l'accoglienza”.
Al suo interno questa parola veniva declinata in base alle diverse aree: arte, attualità, articoli tematici, moda ecc... così, pagina dopo pagina, mi sono trovata a riflettere sulla pluralità di significati che questo termine può assumere nella nostra vita.

Nel senso comune attribuiamo all'accoglienza un'accezione positiva, usandola per definire quando, con benevolenza, lasciamo che qualcosa o qualcuno entri nella nostra sfera di azione.
In generale dunque, si tratta di permettere a qualcuno di avvicinarsi, a un'idea di abitarci, un'emozione di lambirci. 
Ad ogni modo l'accento è sulla nostra capacità di decidere, di porci in una posizione in cui lasciamo che qualcosa accada e, magari, lo facciamo di buon grado, essendo nella disponibilità di gradire, di accettare.
Ma accade sempre così?
Nella rivista si faceva riferimento ai centri di accoglienza che in quel periodo erano alla ribalta delle cronache per gli sbarchi a Lampedusa, che mi sono sembrati una buona occasione per meditare sull'altra faccia dell'accoglienza: il rifiuto.
Quando siamo nella posizione di poter accogliere possiamo anche decidere di non farlo: spesso essere colui che accoglie ci pone in una sorta di superiorità che rende impari l'incontro.
Per natura noi ci difendiamo da tutto ciò che mina il nostro status quo, il nostro equilibrio e le nostre sicurezze (ne abbiamo parlato anche qui) quindi mi viene da chiedere: davvero l'accoglienza è un processo di apertura reale oppure è semplicemente un ratificare qualcosa che dentro di noi è già accettato e metabolizzato? Si può realmente accogliere qualcosa o qualcuno che fino a poco tempo prima era rifiutato e negato?
Spesso siamo così disponibili ad accogliere alcuni aspetti di una persona a cui teniamo, ma allo stesso tempo ne rifiutiamo altri, quasi a dire “ti voglio solo se rispetti ciò che mi piace”. Ma è possibile che una persona ci piaccia a trecentosessanta gradi?
Quanto siamo disposti a rischiare rendendoci disponibili a lasciarsi permeare da qualcosa di sconosciuto, diverso, che esula da ciò che ci fa sentire integri?
Accogliere il nostro simile è davvero accoglienza?

Mi piace giocare coi fonemi e separare i significati: ac-cogliere.
E se di fronte a una situazione sconosciuta, non ci si limitasse a vedere ciò che ci corrisponde, bensì ci chiedessimo che cosa possiamo cogliere di unico e originale in quella persona, emozione o esperienza? Non si tratta di attribuirgli un valore: bene o male, bello o brutto.
Semplicemente cogliere un aspetto, qualcosa che colpisce, che cattura la nostra attenzione, che ci sorprende o stupisce, ci spaventa, ci irrita, o ci strappa un sorriso...
Ecco, quello è il momento in cui comunque, sotto diverse forme, una nuova energia entra in contatto con noi.
Se riusciamo a non volerla subito catalogare, potremmo sentire dove ci porta, come parla di noi la reazione immediata che abbiamo, per scoprire nuove cose, prima ancora che fuori, dentro.

Ecco la tua malattia: pretendi di rinchiudere vita nelle tue formule, di abbracciare tutti i fenomeni della vita con la tua mente, invece di lasciarti abbracciare dalla vita. Va bene che tu affacci la tua testa in cielo, ma non che tu cacci il cielo nella tua testa. Ogni volta vorresti rifare il mondo, invece di goderlo com’è. È un atteggiamento alquanto dispotico
(Hetty Hillesum Diari 1941-43, pag. 64).

buona settimana
virginia



giovedì 13 febbraio 2014

Parole per l'anima #7


Questa sera inizia il progetto Wonder Woman, così, riflettendo sulla prima serata che sarà dedicata al raggiungimento degli obiettivi, ho pensato di invitare tutte a riflettere sul vostro "potere". 
Se foste un'eroina, la protagonista di una avventura, che potere vorreste avere?
Di quale qualità dell'anima vorreste essere in possesso per affrontare le opportunità che la vita ci mette di fronte per imparare? 
Di quali qualità e risorse siete già in possesso e su quali potete fare affidamento per risolvere le numerose sfide quotidiane? 
Ve ne ricordate sempre o spesso vi dimenticate di quanta luce siete portatrici?
Questa settimana potreste farne l'elenco, da tenere in bella vista, e poter leggere come memorandum nei momenti di difficoltà.
E non vi boicottate: sono qualità anche la capacità di sognare, l'umorismo, il sapersi prendere cura di qualcuno, avere occhi per cogliere la bellezza, saper stare in silenzio e avere la curiosità di scoprire nuove cose. 












Non lo sai ancora?
è la tua luce 
che illumina i mondi

Buon week end 
virginia

(fonte immagini: Pinterest) 

lunedì 10 febbraio 2014

Anime di pietra



Cosa avete associato nei pensieri leggendo questo titolo?
Ultimamente la parola “anima” ricorre spesso nei nostri post... sempre con significati diversi.
È una parola difficile, anima, soprattutto se associata al materiale della pietra, per natura agli antipodi molecolari rispetto al soffio di vita, lo spirito che illumina le cose, cui il suo concetto etimologico rimanda.
E se vi dicessi che oggi vi parlerò di arte e creatività?
Lo scorso Natale mi sono fatta un regalo che riempie il mio sguardo ogni volta che vi si posa.




Ormai conoscete il mio interesse per la natura del processo creativo, ma ogni volta mi affascina scoprire aspetti nuovi, indagare il percorso misterioso che porta ciascuno a fare della propria vita un opera unica e autentica.
Ancora di più amo ascoltare dalle parole di chi crea, come prendono vita le idee, quali emozioni riescono a fare da tramite fra il mondo interiore e la realtà, concretizzandosi in un manufatto concreto, su carta, su tela, o argilla, o anche, come fa Vito, attraverso la pietra.
Ed è proprio la dimensione del sentimento che apre la breccia nel racconto di questo artista, che mi ha narrato dell'inizio della sua “storia d'amore” con il materiale che oggi plasma con pazienza e attenzione:

Questa passione, è nata per caso, osservando il mio babbo – che faceva il costruttore edile - mentre si cimentava a lavorare uno scarto di pietra leccese, per passare il tempo dopo le sue ore di lavoro.
Preso dalla curiosità ho voluto provare anche io, con quei pochi attrezzi che avevo a disposizione, e da allora è stato amore a prima vista, non ci siamo più separati... ancora ora, a distanza di anni ci metto passione e impegno nel lavorarla e modellarla, facendo attenzione ad ogni piccolissimo particolare, come se fosse ancora quel primo giorno, quando io e il mio "amore" ci siamo incontrati.

Osservando le opere di Vito non si può non sentire questa passione.
È come se la pietra venisse modellata dall'occhio innamorato, come fra gli amanti quando l'uno prende forma nello sguardo dell'altro per risplendere al mondo in tutta la sua gioia. Esiste attraverso di lui o lei.
La pietra leccese si sente coccolata fra le mani del suo artista, me la immagino fremere impaziente, curiosa di sapere cosa diventerà e come... e lui stesso la guarda ammirato, perché attraverso di lei riprende contatto con le sue origini, radici lontane di ricordi di infanzia.
Le mani sapienti di Vito sono il tramite dell'incontro.
Il desiderio di fare dell'essenzialità della sua terra un'opera estetica da respirare con gli occhi:
...l'esigenza di ritornare ogni volta nella mia terra, il Salento, terra straordinariamente bella e allo stesso tempo tanto difficile, terra formata da rocce costiere erose costantemente dal mare e dal vento, da terra rossa arsa da un sole a picco sempre presente, dal mare cristallino, dalla natura a tratti incontaminata, dalla sapiente gente che ha saputo sopravvivere nonostante le innumerevoli difficoltà..

Come ha affermato Jung, chi guarda l'oggetto artistico si trasforma in quell'oggetto, si identifica con esso e si libera in tal modo di se stesso, così attraverso le opere di Vito ti ritrovi a essere dentro quella sua terra con lui, toccando quella pietra che scalda, seguendone le curve e assaporando con i polpastrelli l'erosione, il taglio ammorbidito, il candore rispettoso di un bianco che non abbaglia e non vuole imporsi, ma si staglia svelando un intima sorpresa.
La pietra si fa docile e appare come drappi sovrapposti, molli dopo l'amore. 


Tutto è fatto a mano, dosando energia e precisione, perché la pietra leccese è una donna che vuole essere toccata con cura.


A volte mi chiedo: chissà se la scelta del materiale e il tipo di opera rispecchia la personalità dell'artista?
Tutti gli oggetti di Vito non sono “solo” pietra scolpita, ma servono ad “accogliere”, contengono in un abbraccio virtuoso una luce, una candela, oppure una piantina, e diventano così l'espressione di una sintesi di opposti che coesistono: luci e ombre, freddo e caldo, materia inerte e materia viva.





Le lampade poi, acquistano una doppia identità: scultura di giorno e meraviglia di notte.



Osservando le Anime di pietra, ho compreso perché Vito ha scelto questo nome: si tratta di dare forma a un anelito di bellezza colto in un paesaggio, vuol dire rendere concreto il viscerale legame con il passato, vedere l'emozione che si fa materia e tende verso l'infinito grazie alla luce.
Come avviene dentro di noi: percepiamo le nostre anime statiche e a volte pesanti come la pietra, invece sono in continua trasformazione, in movimento; possiamo prendere distanze dai rettilinei che imprigionano e farsi linee curve nello spazio, elevandoci dalla gravità, testimonianza che l'arte, il genio creativo, può - se vuole -  smuovere montagne... o scolpirle.

"Gli atti creativi di ognuno,
qualunque essi siano,
traggono una forma costruttiva
dall'apparente caos amorfo delle nostre vite"
(Rollo May)

Vito e le sue Anime di Pietra lo trovate qui o agli indirizzi qui sotto



buona settimana
virginia 

venerdì 7 febbraio 2014

Parole per l'anima #6


Il segreto del cambiamento 
è focalizzare tutta la tua energia, 
non combattendo il vecchio, 
ma costruendo il nuovo


La sesta legge psicologica citata da Roberto Assagioli nell' "Atto di Volontà" sostiene che"l'attenzione, l'interesse, l'affermazione e la ripetizione rafforzano le idee, le immagini e le formazioni psicologiche su cui si accentrano".
Per cui, ogni volta che doniamo energia a un'idea, immagine o progetto, ne possiamo potenziare l'effetto o depotenziarlo a seconda della quantità e qualità di attenzione e interesse che gli dedichiamo.
Quando noi combattiamo con il “vecchio” pensiamo di fare qualcosa per favorire il cambiamento, mentre in realtà la lotta che ingaggiamo non fa che donare ulteriore vitalità a ciò di cui ci vogliamo liberare.

quali metodi la volontà sapiente può usare per ottenere l'igiene psicologica? Quello fondamentale consiste nel rifiutare attenzione e interesse [...] Un approccio ancora più efficace è il metodo della sostituzione: il coltivare altri interessi, interessi migliori, il focalizzare sistematicamente l'attenzione su cose costruttive. […] un metodo assai efficace è la neutralizzazione, che implica il coltivare attivamente le qualità opposte a quelle nocive.
(R. Assagioli, L'Atto di Volontà 1977)






Anche Edward Bach sosteneva allo stesso modo che

Una volta trovato il difetto, il rimedio non consiste nel combatterlo, e neppure nell'applicare forza di volontà ed energia atta a reprimerlo, ma al contrario nell'impegnarsi ancora di più nello sviluppo della virtù opposta.
(E. Bach, Guarisci te stesso, 1931)

Questa settimana dunque, concentriamo la nostra attenzione su qualcosa di nuovo e di buono, che ci permetta di lasciar andare il vecchio, senza bisogno di combatterlo.
Se volete poi un aiuto floreale vi consiglio un rimedio di cui vi ho già parlato qui.

Buon week end
virginia


Quando è stata l'ultima volta 
che hai fatto qualcosa 
per la prima volta?




(fonte immagini: Pinterest) 

lunedì 3 febbraio 2014

le mamme e i papà "speciali"



Qualche week end fa ho partecipato a un corso di formazione.
In verità chiamarlo corso di formazione è molto riduttivo.
È stato un piccolo e grande percorso dove ho potuto conoscere e sapere informazioni ma anche vivere, elaborare e sentire tante emozioni, col cuore ma anche con tutto il resto del mio corpo.
Ho conosciuto Claudia Ravaldi, fondatrice dell'Associazione CiaoLapo Onlus, di cui potete trovare il sito e tutte le info qui.
Si, era un corso sul lutto.
Su uno dei lutti più difficili da accettare: quello in gravidanza e dopo il parto.
È durante questi giorni che ho scoperto il significato nuovo di un accostamento di parole conosciuto: “genitori speciali”.
Sono mamme e papà speciali, tutti quei genitori che affrontano il dolore più straziante e lacerante: la perdita del proprio bambino quando ancora non ha visto la luce o quando cause incomprensibili lo rubano alla vita appena nata.
Accompagnare una donna e una famiglia che ha subito questa esperienza è un cammino intimo e delicato, un percorso che segue strade e tempi diversi, perché il lutto non è patologia, fa parte della nostra vita.
Le risposte mediche o il desiderio comune di spingere a guardare oltre, non vanno di pari passo alle ragioni dell'anima.
È difficile trovare parole che descrivano momenti così personali, privati e profondi.
Come altre volte, proverò ad affidarmi alla narrazione di una storia, che è nata sì nella mia immaginazione, ma radicandosi nelle storie ascoltate dalle mamme, in quelle lette fra le pagine di testimonianza di CiaoLapo, risuonando dentro di me e uscendo di nuovo come parole da leggere insieme, per provare a dare uno spazio alla sofferenza, perché non venga vissuta in solitudine e isolamento, di fronte alla quale si può almeno ascoltare in silenzio e sostare, con rispetto e pudore.


Ho sempre pensato che finché tu fossi stato qui dentro alla mia pancia, saresti stato al sicuro, che io ti avrei protetto dal mondo, dai pericoli... cosa più difficile una volta che tu fossi uscito fuori.
Mi sentivo forte, onnipotente e in grado di fare tutto per te.
Eri dentro di me ancora prima di esserci.
Ti ho pensato, sognato, immaginato e amato milioni di volte, creando ogni volta per te e per noi una vita possibile, una storia diversa, o semplicemente un futuro, dove ti avrei insegnato a crescere e io sarei cresciuta con te.
Invece non c'è mai stato neppure un presente.
Io, in quel buio che tu abitavi qua dentro, non ci ho mai capito granché.
Il dottore spiegava, “qui c'è questo, qui c'è quest'altro...” in quel monitor nero pieno di graffi bianchi che ti disegnava.
L'unica cosa che mi ha rassicurata fin dalla prima volta che ti ho visto, era quella macchiolina pulsante, il tuo cuore, che come un piccolo tamburo scandiva il ritmo della mia gioia.
Vuol sapere il sesso? No non lo volevo sapere, mi bastava sapere che c'eri.
Vuole fare l'amniocentesi? No, era già un miracolo che tu ci fossi.
Ma un giorno non ci sei stato più.
Come nelle brutte storie, quel buio che prima mi affascinava, dopo mi ha risucchiata.
Con lo stesso garbo gentile con cui mi descrivevano i tuoi piccoli organi, mi hanno detto che avevi smesso di vivere.
E io sono caduta in un pozzo di dolore.
Hanno aggiunto che non dovevo preoccuparmi e che non eri ancora ben formato... ci sarebbero stati altri bambini... meglio così che danni più gravi... meglio così che malformazioni e una vita-non vita... infondo io ero sana e avremmo potuto tentare di nuovo...
Ero incredula, confusa: quelle voci mi arrivavano infondo al pozzo con un'eco devastante.
Volevo farli tacere ma ero impotente, perché a volte erano amplificate anche da quelle di chi, da vicino, avrebbe dovuto capire, sapere... o per lo meno tacere.
Che ne sanno tutti quanti di quanto amore c'era in quel fagiolino che custodivo nel ventre?
Come possono pensare che una vita vale l'altra solo perché ancora non ha visto la luce?
È una questione di settimane, di mesi, di giorni? Oppure di sentimenti? Di tempi o di profondità?
Nella mia mente di mamma tu esistevi, nei progetti miei e di papà tu eri già un piccolo tesoro, un grande ponte verso il futuro, che immaginavamo roseo, come quello di tutti i bambini.
Ti ho dato alla luce, e, nonostante il buio che mi attanagliava, è stato un dono.
Ho voluto vederti, toccarti, provare che non mi ero sbagliata... c'eri stato davvero, così piccolo e fragile.
Ti abbiamo dato un nome. Ho voluto una foto con te.
Le persone non capiscono, mi guardano smarrite quando lo dico e il loro sguardo di biasimo ferisce.
Non capiscono che per me quegli atti sono gli unici spiragli in questo nero denso che ancora non si è dissolto.
Anche i referti sono sterili parole, perché non voglio una causa, cerco un “significato” e nemmeno la fede mi aiuta a mettere pace in questo mio cuore agitato.
Solo leggere le storie delle altre “mamme speciali” mi aiuta.
A volte mi fa disperare, a volte mi aiuta a sperare.
E così il tempo passa, misura l'assenza.
Dal fondo del pozzo vedo le stelle e ci sono giorni in cui mi sento in colpa.
Per un sorriso, per aver recuperato il piacere di una serata con il papà, per immaginare di poter amare anche un altro bambino...
Poi mi dico che tutte le madri hanno qualche senso di colpa, si fanno domande sul male e il bene per i loro figli... e in questo mi sento vicina e uguale alle mamme “normali”, perché infondo lo sono, una mamma, la tua, dovunque tu sia.



Invio un abbraccio virtuale ai genitori di bambini che abitano la loro memoria, tracce indelebili di amore incommensurabile.

Buona settimana
virginia

In collaborazione con l'Associazione Madreluna di Vicenza è attivo uno Sportello di sostegno al lutto perinatale (trovi qui maggiori info)