lunedì 12 maggio 2014

Alle mamme, tutte.




Ci sono tanti tipi di mamme. E si può essere madre in modi diversi.
Le donne sono mamme molte volte, e spesso non solo dei propri figli.
Così, prendendo spunto dalla foto qui sotto, ho creato questa storia*.



Mi sono svegliata una prima volta, alle 2:13 e la casa era immersa nel silenzio.
Ormai non ho più il sonno pesante di una volta, ma mi sembra di essere tornata a trent'anni fa, quando col timore di non sentire il mio piccolino appena nato, non riuscivo mai a riposare, anche se lui dormiva.
Anche la stanchezza è la stessa. Sono stremata.
Vorrei poter sonnecchiare un po' di giorno, ma sono talmente tante le faccende da fare che ormai ci ho rinunciato. Ci sono le pulizie appena alzata, poi preparare la colazione secondo i canoni impartiti dalla signora Merletti con il contorno di pastiglie multicolori prescritte dal dott. Colzoni.
C'è la spesa fulminea della mattina al piccolo supermercato di quartiere, quando posso approfittare della visita della signora Tempesti per assentarmi col corpo da quelle mura, ma temendo ogni imprevisto e restando con la mente dentro casa.
Ieri poi, è stata giornata di controlli, quindi i tempi si sono tutti dilatati e i miei pochi punti fermi saltati come bottoni sotto sforzo.
Nonostante tutto, alle 3:24 quando la sua voce baritonale mi ha chiamata, sono balzata sul letto come una molla, calzate le pantofole e corsa nella sua camera infondo al corridoio, per vedere cosa fosse successo.
Si era tolto il pannolone e come capita sempre più di frequente nell'ultimo mese, aveva finito per innaffiare di giallo paglierino le lenzuola che qualche ora prima avevo già cambiato, perché vi aveva spalmato la minestra che si era rifiutato di mangiare in cucina.
Allora gli avevo cambiato i pantaloni del pigiama, nonostante le sue ritrosie, perché alcuni antichi vezzi si sono trasformati ormai in odiosi capricci: mai un completo spaiato per dormire. Per questo ho deciso, d'accordo con la signora Merletti, di comperare pigiami tutti uguali, e siccome non ce n'erano abbastanza, ho dovuto ripiegare su sfumature di colore così lievi che speravo passassero inosservate e invece sono risultate così evidenti ai suoi occhi di architetto.
Adesso era lì, come sospeso, con un volto di bambino assopito, mi guardava con occhi imploranti, bagnato di pipì fino alle caviglie.
Un innocente bambino di ottantadue anni, il fisico asciutto da ex atleta – che quando si mette in testa di scappare mi fa ancora penare per riacciuffarlo – e qualche rotella fuori posto, che il dott. Colzoni definisce Alzheimer.
In Ucraina quelli come lui si tengono in famiglia, sono le mogli – ma la sua è mancata tanti anni fa – o le figlie che se ne occupano, ma la povera signora Merletti ha così tanto da lavorare nello studio dove ha preso il posto del padre, che hanno dovuto prendere me ventiquattro ore su ventiquattro. Fino a qualche mese fa, nel mio giorno libero era la signora Tempesti che veniva a fare compagnia al signor Mario, con qualche visita della figlia, se non erano tempi di cantiere. 
Io credo che la povera signora Tempesti avesse voluto un tempo prendere il posto della moglie di Merletti, ma poi il signor Mario si è ammalato e così è rimasta questa simpatia, mista a spirito di volontariato che la cara signora già svolge all'ospedale del paese. 
Adesso che l'architetto è peggiorato devo invece chiamare la figlia di una mia amica, che è giovane, ha appena finito la scuola ma mentre aspetta un lavoro come si deve, si improvvisa badante per raggranellare qualche soldo.
La signora Tempesti va bene per qualche chiacchiera, un sorriso e al massimo provare a imboccarlo per mangiare, ma poi, per il lavoro “sporco” ci vogliono quelle come noi.
Non importa se nel nostro paese ci siamo istruite, se sappiamo fare anche altro. Qui bisogna fare questo.
Per lo meno il signor Mario non alza le mani, come il signor Luigi, dove lavora la mia amica.
Io ne ho già prese tante dal mio ex marito, lasciato in Ucraina vent'anni fa, sono qui più per scappare da lui che per cercare un lavoro migliore.
Stanotte, dopo averlo lavato, mentre gli rimettevo il pannolone e gli intimavo bonariamente di non toglierlo, l'architetto mi ha risposto “si, mamma”.
Lì una lacrima mi è scesa, perché insieme a mio marito, ho abbandonato anche mio figlio, cresciuto troppo in fretta, forse con qualche soldino in più che gli ha permesso di studiare, ma senza di me.

buona settimana
virginia 

ps. se ti va di leggere altre mie storie che partono come spunto da fotografie di finestre le trovi tutte qui 

*ogni riferimento a fatto o persona è casuale 

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